«Visto?» ansimò lei. «Per questo non voglio che gli dia da mangiare. È un mendicante nato, disposto a fare amicizia con chiunque gli offra un boccone.»
«Be’, in effetti io sono un tipo amichevole.»
«Buono a sapersi, ma non gli dia più niente.» Indossava un paio di pinocchietti e una vecchia maglietta azzurra con una stampa sbiadita sul davanti. A giudicare dalle chiazze di sudore, stava cercando di fare partire l’aquilone da un bel po’, senza risparmiarsi. E perché no? Se avessi avuto un figlio inchiodato su una sedia a rotelle, anch’io gli avrei regalato qualcosa da far volare.
«Sta sbagliando direzione», le risposi. «E comunque non c’è bisogno di correre. Non capisco perché tutti ne siano convinti.»
«Sono certa che lei sia un esperto, ma è tardi e devo preparare la cena a Mike.»
«Per favore, mamma, lascialo provare», intervenne il ragazzino.
Lei non si mosse per una manciata di secondi, la testa bassa, i capelli arruffati e sudaticci incollati alla nuca. Poi sospirò, porgendomi l’aquilone. Riuscii a leggere la scritta sulla sua maglietta: TORNEO DI CAMP PERRY, 1959 - POSIZIONE PRONA. L’immagine sopra l’aquilone si rivelò molto più interessante, strappandomi una risata. Era il volto di Gesù.
«È una specie di scherzo», dichiarò lei. «Cose nostre.»
«Certo.»
«Ha un solo tentativo a disposizione, signor Joyland, e dopo porterò dentro mio figlio per cena. Non può rischiare di prendere freddo. L’anno scorso si è ammalato e non si è ancora rimesso, anche se lui afferma il contrario.»
Non le feci notare che in riva all’oceano c’erano almeno ventiquattro gradi; non mi pareva dell’umore giusto per essere contraddetta una volta di troppo. Preferii ripeterle che mi chiamavo Devin Jones. Lei sollevò le mani per poi abbandonarle lungo i fianchi. Come vuoi, bello.
Spostai lo sguardo sul ragazzino. «Mike?»
«Sì?»
«Recupera il filo. Ti avvertirò io quando fermarti.»
Mi obbedì. Mi spostai insieme con l’aquilone e, arrivato all’altezza della sedia a rotelle, fissai Gesù.
«Volerà stavolta, signor Salvatore?»
Mike sghignazzò divertito. La madre restò quasi impassibile, le labbra appena percorse da un fremito.
«Dice di sì», gli riferii.
«Bene, perché…» Un ennesimo accesso di tosse. La donna aveva ragione: di qualsiasi cosa si trattasse, non si era ancora ristabilito. «Perché finora è stato solo bravo a conficcarsi nella sabbia.»
Sollevai l’aquilone sopra la testa, rivolto verso Heaven’s Bay. Il vento iniziò subito a strattonarlo. La plastica sottile si increspò. «Mike, quando lo lascio andare, ricomincia ad avvolgere il filo.»
«Ma…»
«Funzionerà, fidati. Preoccupati di essere attento e veloce.» La misi giù più dura del dovuto perché volevo si sentisse un vero campione non appena quell’aggeggio fosse partito. Mi augurai che la brezza non mollasse: la madre non intendeva scherzare quando mi aveva detto che disponevo di un unico tentativo. «Si alzerà in volo e allora dovrai srotolare lentamente lo spago, tenendolo sempre un po’ teso. Se inizia a cadere…»
«Lo tiro verso di me. Ho capito, capito, accidenti.»
«Va bene. Pronto?»
«Sì!»
Milo era accucciato tra me e la madre di Mike, lo sguardo sollevato in alto.
«Perfetto. Tre, due, uno… decollo!»
Il ragazzino era curvo e le gambe coperte dai pantaloncini sembravano fragili come stecchi, ma sapeva usare le mani e seguire le mie istruzioni. Recuperò il filo e l’aquilone partì all’istante. Poi cominciò a svolgerlo, all’inizio con troppa fretta; il giocattolo si afflosciò, ma lui riuscì a rimediare, facendolo risalire. Rise di gioia. «Lo sento! Lo sento tra le dita!»
«È il vento», gli risposi. «Bravo così, Mike. Non appena prenderà quota, verrà catturato dalla brezza, e dovrai solo impegnarti a non mollarlo.»
Continuò a srotolare lo spago e l’aquilone si librò prima sopra la spiaggia e poi sull’oceano, sempre più alto nel tramonto di settembre. Lo osservai e dopo mi azzardai a fissare la donna. La sua intera attenzione era concentrata sul figlio. Non avevo mai visto un’espressione tanto amorevole e felice. Felice per la gioia di Mike.Al ragazzino brillavano gli occhi, la tosse ormai scomparsa.
«Mamma, sembra vivo!»
Lo è, pensai, ricordandomi di quando mio padre mi aveva insegnato a farne volare uno nel parco municipale. Avevo la stessa età di Mike, con il vantaggio di potermi reggere su un paio di gambe robuste. Lo è davvero, finché si trova lassù, nel suo elemento naturale.
«Vieni a sentirlo!»
La madre salì sulla piccola duna che portava alla passerella e gli si fermò accanto. Con gli occhi fissi in alto, gli accarezzò i capelli castano scuro. «Sei sicuro, tesoro? È tuo, dopo tutto.»
«Sì, ma devi provare. È incredibile!»
Lei afferrò il rocchetto e lo tenne davanti a sé. Era molto meno spesso di prima: lo spago si era srotolato e l’aquilone aveva preso quota, diventando un piccolo rombo nero in cima al cielo, il volto di Gesù ormai invisibile. La donna per un attimo parve a disagio, ma subito dopo sorrise. Quando la corda si tese per un’improvvisa folata e il giocattolo virò prima a babordo e poi a tribordo sopra la cresta delle onde, le labbra si aprirono in un largo sorriso.
Lo manovrò finché Mike non le suggerì di passarmelo.
«No, grazie, va bene così», risposi.
Mi porse ugualmente il rocchetto. «Ci permettiamo di insistere, signor Jones. In fondo è lei il capitano di volo.»
Pizzicai lo spago tra le dita, provando il vecchio, consueto brivido di eccitazione. Dava leggeri strattoni, come un filo da pesca quando ha abboccato una grande trota, ma il bello era che in quel caso nessun animale ci rimetteva la vita.
«Quanto salirà ancora?» domandò Mike.
«Non ne ho idea, ma credo che per stasera basti. Lassù il vento è molto forte e rischia di strapparlo. E comunque voi due dovete cenare.»
«Il signor Jones può fermarsi a mangiare da noi, mamma?»
La donna sembrò sorpresa, quasi infastidita. Sapevo però che non si sarebbe opposta perché ero riuscito a far decollare l’aquilone.
«Non importa», replicai. «Grazie dell’invito, ma oggi al parco è stata una giornataccia. Ci stiamo preparando all’inverno e sono sporco dalla testa ai piedi.»
«Puoi lavarti in casa», ribatté Mike. «Abbiamo, tipo, settanta bagni.»
«Michael Ross, non è vero!»
«In effetti forse sono settantacinque, ognuno dotato di vasca per idromassaggio.» Iniziò a ridacchiare: un suono allegro e contagioso, almeno finché non si trasformò in un accesso di tosse convulsa. Poi, proprio quando la madre cominciava a sembrare molto preoccupata (io lo ero già da un pezzo), riuscì a smettere.
«Sarà per un’altra volta.» Gli consegnai il rocchetto di spago. «Mi piace il tuo aquilone di Gesù. Anche il tuo cane non è male.» Mi chinai, accarezzando Milo sulla testa.
«Oh. D’accordo. Un’altra volta. Ma non deve passare troppo tempo, perché…»
La madre si affrettò a intervenire. «Signor Jones, perché domattina non esce in anticipo?»
«Oh, certo.»
«Se il tempo è bello, potremmo berci un frullato qui fuori. I miei sono eccellenti.»
Non avevo dubbi. E così non avrebbe corso il rischio di accogliere in casa uno sconosciuto.
«Verrai?» mi chiese Mike. «Sarebbe figo.»
«Volentieri. Porterò un sacchetto di dolci di Betty’s Bakery.»
«Non è il caso…»
«Si figuri, signora.»
«Oh!» esclamò quasi imbarazzata. «Ho paura di non essermi mai presentata. Sono Ann Ross.» Mi tese la mano.
«Gliela stringerei con piacere, signora Ross, ma sono davvero sporco.» Le mostrai i palmi. «Probabilmente ho insozzato l’aquilone.»
«Avresti dovuto fare i baffi a Gesù!» urlò Mike, ridacchiando e tossendo.
«Il filo è poco teso», gli feci notare. «Meglio riavvolgerlo.» Mentre eseguiva le mie istruzioni, diedi un ultimo buffetto a Milo, riprendendo la strada del ritorno.