«Cioè?»
«I figli del carrozzone hanno un debole per i bignè carini in gonne attillate e i bambini segnati dalla sfortuna. E provano una forte antipatia per le regole dei bifolchi, comprese le menate di certi contabili da strapazzo.»
«Allora forse non dovrei…»
Mi interruppe, alzando entrambe le mani. «Meglio andare sul sicuro. Tieniti pronto per l’intervista.»
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Il fotografo del Bannermi scattò la foto davanti al Muro del Tuono. Quando la vidi, mi scappò una smorfia imbarazzata. Avevo gli occhi socchiusi e l’espressione da scemo del villaggio, ma lo stratagemma funzionò: il giornale era sulla scrivania di Fred quando andai a trovarlo il venerdì mattina. Dopo qualche tentennamento, approvò la mia richiesta, a patto che Lane non si schiodasse da noi mentre il bambino e la madre visitavano Joyland.
Lane accettò senza esitare, sostenendo che voleva conoscere la mia fidanzata e ridendo divertito quando iniziò a uscirmi il fumo dalle orecchie.
Poco più tardi chiamai Annie Ross, dallo stesso telefono usato da Lane per avvisare l’ambulanza. Le confermai che avevo organizzato un giro del parco per la mattinata di lunedì, o al massimo di martedì o mercoledì in caso di cattivo tempo. Poi trattenni il fiato.
Ci fu una lunga pausa, seguita da un sospiro.
Alla fine lei mormorò che andava bene.
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Fu un venerdì impegnativo. Uscii da Joyland in anticipo, raggiunsi Wilmington in auto e aspettai che Erin e Tom scendessero dal treno. Lei attraversò la banchina di corsa e mi si gettò tra le braccia, baciandomi sulle guance e sulla punta del naso. Tenerla stretta era stupendo, ma i baci erano molto casti, come quelli di una sorella: impossibile confondersi. Mollai la presa, lasciando che Tom mi serrasse in un entusiastico abbraccio virile, con tanto di reciproche pacche sulla schiena. Sembrava che non ci vedessimo da cinque anni invece che da cinque settimane. Ormai avevo l’aria di uno che sgobbava sodo, anche se indossavo una polo e i miei pantaloni di tela più eleganti, e avevo abbandonato nel mio armadio i jeans macchiati di grasso e il cancappello scolorito dal sole.
«È fantastico rivederti!» esclamò Erin. «Mio Dio, che abbronzatura!»
Alzai le spalle. «Be’, d’altronde ho la fortuna di lavorare all’estremo nord della riviera dei buzzurri.»
«Hai preso la decisione giusta», intervenne Tom. «Proprio così, anche se non ci avrei mai scommesso quando mi hai detto che non saresti tornato all’università. Forse sarei dovuto rimanere ioa Joyland.»
Abbozzò il suo tipico sorriso da sciogliere i ghiacciai, e ammaliare qualsiasi essere del creato, ma che non riuscì a cancellargli un’ombra scura dallo sguardo. Non si sarebbe mai potuto fermare al parco, non dopo l’esperienza di quell’ultima attrazione al buio.
Trascorsero il fine settimana dalla signora Shoplaw.
Lei fu deliziata di ospitarli e Tina Ackerley fu felicissima di rivederli. Ci riunimmo tutti e cinque per un allegro picnic di tarda sera sulla spiaggia, finendo mezzi ubriachi, con le fiamme divampanti di un falò a riscaldarci. Il sabato mattina però, quando per Erin giunse il momento di condividere con me le informazioni che la mettevano tanto a disagio, Tom manifestò la precisa intenzione di stracciare Tina e la signora S. a Scarabeo, lasciandoci da soli. Pensai che se Annie e Mike si fossero trovati alla fine della loro passerella di legno, mi sarebbe piaciuto presentarli alla mia amica. Ma la giornata era gelida, il vento spirava freddo dall’oceano e nessuno era seduto attorno al tavolino pieghevole vicino alla casa vittoriana. Era sparito persino l’ombrellone, portato all’interno e riposto da qualche parte in attesa che finisse l’inverno.
A Joyland, i quattro parcheggi erano deserti a parte lo sparuto gruppetto dei camioncini della manutenzione. Erin, che indossava pantaloni di lana e un dolcevita pesante, stringeva in mano una sottile valigetta dall’aspetto professionale con le sue iniziali impresse. Inarcò le sopracciglia quando mi sfilai di tasca un largo anello e scelsi la chiave più grande.
«Così adesso sei uno di loro», commentò.
La sua frase mi imbarazzò: non succede a ognuno di noi, anche se non ne sappiamo il motivo, quando qualcuno se ne esce con un’espressione del genere? Uno di loro.
«Non proprio. Me la porto dietro in caso arrivi qui prima degli altri o me ne vada per ultimo, ma solo Fred e Lane hanno tutte le chiavi del regno.»
Lei si mise a ridere, come se avessi detto una stupidaggine. «Secondo me quella del cancello èla chiave del regno.» Poi ritornò seria e mi fissò a lungo, squadrandomi da cima a fondo. «Sembri più vecchio, Devin. L’ho pensato ancora prima che scendessimo dal treno, quando ti ho visto ad aspettarci lungo il binario. Ora so perché. Tu sei rimasto qui a lavorare mentre noi siamo tornati sull’isola Che Non C’è a giocare con i Ragazzi Perduti. Quelli che tra non molto sfoggeranno completi della Brooks Brothers e si ritroveranno con un master di economia aziendale in tasca.»
Indicai la sua valigetta. «Sarebbe un perfetto abbinamento con un vestito della Brooks Brothers… se ti piace la loro linea per donne, naturalmente.»
«Un regalo dei miei», sospirò Erin. «Mio padre vorrebbe che seguissi le sue orme, diventando un avvocato. Non ho ancora trovato il coraggio di confessargli che mi piacerebbe una carriera da fotografa indipendente. Gli prenderà un colpo.»
Ci incamminammo per la Passeggiata di Joyland, il silenzio rotto soltanto dalle foglie cadute, che crepitavano come piccole ossa. Erin osservò le giostre coperte da teloni, la fontana asciutta, i cavalli immobili della giostra per i bambini, il palcoscenico vuoto del teatrino della Borgata Incantata, ormai disabitato.
«A vederlo così mette tristezza. Ti fa capire che tutto ha una fine.» Mi lanciò uno sguardo denso di ammirazione. «Abbiamo letto il giornale. La signora Shoplaw si è premurata di lasciarcelo in camera. Ci sei riuscito di nuovo.»
«Ti riferisci a Eddie? Mi trovavo lì per caso.» Avevamo raggiunto il baraccone di Madame Fortuna, con le sedie pieghevoli da giardino appoggiate contro. Ne aprii due e feci cenno a Erin di accomodarsi. Mi sistemai di fianco a lei, sfilandomi dal giubbotto una bottiglia di whisky da mezzo litro. «Roba da due soldi, ma scaccia il freddo di dosso.»
Lei ne bevve un sorsetto con un’espressione divertita. La seguii a ruota, riavvitai il tappo e la ficcai di nuovo in tasca. A una cinquantina di metri, lungo il viale principale si stagliava la facciata posticcia del Castello del Brivido, con le sue grandi lettere verdi e gocciolanti: entrate se ne avete il coraggio.
La sua mano minuta mi strinse la spalla con una forza inattesa. «Hai salvato quel vecchio stronzo. Lo hai fatto. Non nascondere i tuoi meriti.»
Sorrisi, pensando alla frase di Lane secondo cui prima o poi mi sarei aggiudicato una medaglia per la modestia. Forse era vero; negli ultimi tempi non ero molto bravo a vantarmi delle mie imprese.
«Se la caverà?»
«Probabilmente sì. Freddy Dean ha chiesto ragguagli ai medici che gli hanno risposto blablablà, il paziente dovrà smettere di fumare, blablablà, il paziente dovrà rinunciare alle patatine fritte, blablablà, il paziente dovrà iniziare un programma regolare di attività fisica.»
«Me lo vedo proprio Eddie Parks impegnato nella corsa.»
«Certo, con una sigaretta in bocca e un sacchetto di ciccioli in mano.»
Erin ridacchiò. Una folata di vento le scompigliò i capelli. Con il maglione pesante e i pantaloni grigio scuro da ufficio non somigliava alla bellezza acqua e sapone che avevo osservato scorrazzare per Joyland.
«Che hai da dirmi? Cosa hai scoperto?»
Lei aprì la valigetta, estraendone una cartellina. «Sei davvero sicuro di volerlo sapere? Non credo che, dopo avere ascoltato la mia storia, commenterai ‘Elementare, mia cara Erin’ e sputerai fuori il nome del colpevole tipo Sherlock Holmes.»